martedì 20 novembre 2018

SULLE ORME DELLE DONNE AFRICANE...( NON E' LA PRIMA VOLTA CHE SUCCEDE,NO?)




Non è la prima volta che succede. È accaduto anche in passato ( e per la verità in alcune società africane segue una linea antropologica secolare....ma ne parleremo su APNews).
Ma la scorsa settimana è stata davvero una settimana da ricordare per l’Africa e per il suo rinnovamento politico culturale.
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In Etiopia,un paese che sta molto vicino al cuore o almeno dovrebbe stare molto vicino al cuore degli italiani ,sta succedendo qualcosa di davvero importante e storico.È dei giorni scorsi la notizie che Meaza Ashenafi è divenuta il nuovo leader della corte suprema in Etiopia.
Cosa che fa seguito anche all’elezione a Quarto presidente della Repubblica federale di un’altra donna,Sahle Work Zewde. In un paese che ha preso seriamente il destino nelle sue mani e che speriamo sappia mantenere la barra del timone dritta così negli anni a venire. Anche perché molte speranze si appuntano su Abiy Ahmed,che di fatto è divenuto in poco tempo, a 41 anni,una nuova stella nel firmamento dei governi africani. In un continente dove spesso la politica è affidata a generazioni di settantenni ed ottantenni che hanno partecipato ai movimenti di liberazione degli anni 60 e 70 e che poi non hanno più lasciato il potere ( se sopravvissuti),trasformandolo spesso in una burocrazia inefficiente, nel governo delle oligarchie o nel peggiore dei casi, come sappiamo, in dittature repressive.
Ahmed viene da un’altra generazione ed è figlio anche di una cultura mista- la sua famiglia è di estrazione sia cristiana che musulmana- e certamente può portare un vento di innovazione che potrebbe ispirare anche altre nazioni africane.
Non sarà tutto rose fiori e difatti già nel suo partito come anche nel Paese quest’aria di novità crea più di qualche turbolenza. Ma bisogna incoraggiare questi sforzi e soprattutto il processo di pace che ha preso piede con l’Eritrea va rafforzato. Manca invece l’attenzione dovuta da media e politica italiana ed europea su queste novità.
La recente conferenza ministeriale Italia Africa ha detto parole chiare alle quali dovranno seguire fatti anche in questa parte dell’Africa a noi così vicina per nostre responsabilità antiche.
Il fatto che il cambiamento sia affidato a donne che hanno sperimentato in campo politico e diplomatico la necessità di trovare soluzioni pratiche e concretamente realizzabili-qualità tipiche per le donne impegnate nella politica e nella diplomazia-può indicarci una speranza che credo vada coltivata.

E non solo nel continente africano.

Conferenza Italia Africa 2018 - LA STRADA È TRACCIATA.ORA SEGUANO I FATTI








A Riflettori spenti e conferenza conclusa bisogna dire onestamente che si può esprimere una certa soddisfazione.
Lo potete leggere negli articoli di Emanuela Scarponi, nella opinione di Nino Sergi ( grazie a Nino ed a Vita.it),nei resoconti che potete trovare su il settore radio della nostra agenzia con gli interventi del presidente Mattarella e del presidente del consiglio Conte e anche del la viceministro Del Re.
Dopo alcuni mesi di regressive demagogie sui giornali e sui mezzi di opinione nonché ovviamente sui social networks per fortuna questa conferenza che doveva esprimere politiche in maniera concreta a nome del paese e prospettive di lavoro per il futuro è rimasta nel solco di quello che è tradizionalmente il nostro impegno di italiani nei confronti dell’Africa,ormai da anni: Cooperazione,bidirezionalità superamento del rapporto
donatore-beneficiario.
Si tratta ora di far seguire i fatti alle parole e di investire seriamente in un continente che in quanto a Pil ed in quanto a capacità di crescita e sviluppo può dare molto a se stesso e anche al nostro paese.

http://www.africanspeoplenews.it/index.php/prima-pagina/812-conferenza-italia-africa-2018-la-strada-e-tracciata-ora-seguano-i-fatti

SE TORNIAMO A RINASCERE -EDITORIALE African People News

SE TORNIAMO A RINASCERE…….
EDITORIALE
Roberto Di Giovan Paolo,
Direttore
African People News
Bisogna scrivere d’ Africa. Di nuovo. Di più. Tenendo a bada il “mal d’ Africa”, quell’ eterna necessità di ritorno non solo al viaggio incantato dei nostri sogni ma anche alla culla delle civiltà, antropologicamente ed archeologicamente situata ( qualcuno se ne faccia una ragione!), perché l’ Africa di oggi è ad una svolta epocale e noi stavolta non la viviamo da spettatori ma da co-protagonisti.
L’ Africa del XXI’ secolo non è più e non solo quella della libertà dal colonialismo e della speranza di un futuro diverso, certo. E’ quella che vive sulla pelle i fallimenti di due generazioni che hanno contribuito a farla indipendente a costo anche di enormi passioni, sofferenze e divisioni rappresentate plasticamente dai confini spesso innaturali degli oltre cinquanta Stati che la compongono.
Ma è anche il Continente dove la crescita economica soffia talvolta a cifre doppie rispetto all’ Europa, il posto dove i contrasti geopolitici anticipano e non replicano solamente quelli diffusi per il mondo intero.
E’ il luogo dove le migrazioni mondiali cominciano ed hanno solo un ruscello che scorre fino all’ Europa e tuttavia mettono così inspiegabile timore mentre già da tempo ed “internamente” tutto il Continente ribolle e si muove attratto non solo da una vita migliore ma anche da condizioni culturali e spirituali diverse ed intense.
Tutte queste cose le sapete già. Perché APNews è presente da anni sulla base dell’ entusiasmo iniziale e persistente di Emanuela Scarponi.
A questo io- da questa settimana direttore responsabile- aggiungo solo un po’ del mio mestiere, il giornalismo , e la passione che ha animato il mio impegno sin da ragazzo per la libertà e la cooperazione tra i popoli. E’ tempo di riaprire gli occhi anche nel nostro Paese sulle meraviglie e sulle novità di un mondo, cosa che non potrà che fare del bene al nostro piccolo e antico Paese, non solo economicamente ma soprattutto culturalmente e direi anche spiritualmente vista la condizione politica, sociale e civile che attraversiamo.
Per fare questo vi offriamo molto più di news aggiornate su quello che accade in Africa oppure compendiose riflessioni ( che pure cercheremo e vi saranno), bensì vi offriamo metaforicamente ma anche praticamente ,le nostre pagine bianche, per scrivere, commentare, riflettere, a cominciare dai protagonisti stessi di questo che speriamo sia non solo il Rinascimento Africano ma anche il Rinascimento di una comune umanità

lunedì 28 maggio 2018

L’INCOMPRENSIBILE MATTARELLA ?

L’INCOMPRENSIBILE MATTARELLA ?

Al netto dell’italico “cui prodest?” ( oggi sono tutti profeti perché il cittì della nazionale di calcio purtroppo da domani c’é giá....) e cioè se M5 S é caduto nella trappola di Salvini oppure se puntano assieme ( ma con chi si presenta Salvini ? Col centrodestra?Con o contro i cinque stelle ?) al cosiddetto “80 per cento” (D’Alema dixit),alcune riflessioni che faccio per me ed i 1500 lettori di Forcelliana memoria ( Enzo Forcella ed i suoi 1500 lettori interessati alla politica ndr....):

1. Il povero prof. Conte, come é venuto, così se ne é andato....con tutto il rispetto,mandatario era e mandatario é rimasto......
2. A Mattarella si può dire tutto meno che sia parte dei cosiddetti poteri occulti,economici o complottardi,se non altro perché fratello ed erede politico di Piersanti,assassinato dalla mafia con un killer prestato (Fioravanti ndr) dai Nar,organizzazione terroristica fascista molto connessa con Banda della Magliana e P2,che tra strage di Bologna e scambi di armi e soldi molto trafficava con i veri poteri occulti....
Sergio Mattarella ha dimostrato in tutta la sua attivitá politica da che parte é stato lui....la Casaleggio associati invece fino a che non consegna software ed algoritmi all’Agcom non sappiamo bene a chi risponda.
Salvini ha invece -va detto,con molta chiarezza-mutato geneticamente la Lega Nord in partito lepenista ma mi piacerebbe sapere di più sulle relazioni con Putin per esempio....
3. Non si può dire che il Presidente della Repubblica non conosca le pieghe della Costituzione visto il ruolo di docente di diritto parlamentare e di giudice della Corte Costituzionale né che non sappia riconoscere gli effetti politici delle leggi elettorali visto che é il padre della legge maggioritaria che finora ha funzionato meglio.
4. Vogliamo dirci che lo scontro sia davvero sul prof. Savona che ha scoperto la minigonna ad 82 anni ( si legga la pericolosità dell’Europa dopo aver servito come “tecnico” da Ministro del Ciampi patriota europeo e dunque italiano) ?
E’ evidente che così non é o almeno questa é la ragione superficiale.
Molto più profonda la ragione reale ovvero l’inaccettabilità istituzionale di uno stravolgimento della Costituzione che pensata comma per comma immagina non una democrazia diretta per cui chi vince prende tutto ma una repubblica democratica parlamentare in cui pesi e contrappesi esistono per garantire con consuetudini e norme l’agibilità politica.
Il Presidente della Repubblica firma il decreto di nomina dei Ministri propostigli dal Presidente del Consiglio. Si può pensare che non ne porti la responsabilitá ? Immaginare di imporgli oggi un Ministro oggettivamente discutibile significherebbe dichiarare definitivamente superata la repubblica democratica parlamentare in cambio di una democrazia diretta  per cui chi vince é padrone assoluto anche quando si tratta di una delle minoranze parlamentari,sia pure la più numerosa,con evidenti conseguenze di Spoil System a tutti i livelli amministrativi e politici( e in Parlamento giá é successo con le nomine dei questori per esempio creando un precedente che ogni forza politica dovrebbe aborrire pensando al futuro quando dovesse tornare ad essere forza di opposizione democratica).
Savona o non Savona,perfino Berlusconi,il Berlusconi vincente col maggioritario e candidato Premier,alla opposizione sul nome di Previti Ministro della Giustizia fece un passo indietro. ( e non é l’unico caso della Repubblica).
Salvini e Di Maio no.
Perché in gioco c’é una concezione intera della democrazia.Non un nome di Ministro.
E quando in gioco sono i princípi della democrazia non c’é mediazione possibile.
É l’inverno del nostro scontento quello che viviamo ma alla fine c’é sempre un Campo di Bosworth per ogni sconfinata ambizione!

domenica 20 maggio 2018

Per un partito a “geometria variabile”

L'opposizione alla politica e alla cultura politica M5S/Lega recuperi slancio, attorno a idee-forza e su scelte programmatiche, sapendo che non ci saranno più blocchi identitari monolitici ma gruppi di consenso tra cui vanno cercate relazioni sociali. 
scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO 
Se le forme sono sostanza perché scandalizzarsi del contratto stretto tra M5S e Lega? E soprattutto come leggerlo, utilizzarlo e, per chi vuole, contrastarlo? Non certo recandosi nelle aule di tribunale, dove nemmeno Di Maio e Salvini, sottoscrittori del “pezzo di carta” valido solo fra privati (e a patto che non violi articoli di legge, codice civile o peggio ancora la Costituzione) si troveranno mai e lo sanno bene (basterebbe fare un’inchiesta come si deve su come sono finiti i processi intentati tra compagni di viaggio del Movimento Cinque Stelle in questi anni).
No, è la politica e per certi versi la scienza della politica e meglio ancora la filosofia della politica, che dovrebbe/potrebbe aiutarci.
Il contratto prefigura un accordo comune tra partiti nel proporzionale o nel semiproporzionale come tanti del passato, da noi come in altre nazioni. Un po’ del mio programma un po’ del tuo, un tot di concessione al popolo un tot ai media.
Certo la dieta mediatica dai tempi di Malagodi e Nicolazzi o Spadolini è ovviamente cambiata e ne risente la formazione dei punti di contratto, ma non più di tanto: sulla cultura vi sono solo parole, sulla scuola e università bei principi e perfino sull’Europa una politica costruttiva di negoziato che rinnega le posizioni elettorali dell’uno e dell’altro (ma non conta, questi partiti hanno palesemente abolito il “principio di non contraddizione”).
No, non è questo il punto, che qualsiasi opposizione seria, ovvero che sappia che fare opposizione reale e nel Paese, non è essere un “couch potato” steso sul divano a sgranocchiare popcorn ma un lavoro serio, dedito, doppio di chi governa (“se i comunisti sono bravi noi dobbiamo esserlo più di loro”, cito Zaccagnini ma potrei citare in maniera inversa la pari idea di Amendola circa l’opposizione alla Dcndr) può utilizzare come leva per un “cambio” elettorale futuro.
No, il punto focale a mio avviso, interessante e con cui confrontarsi senza paura e senza ambiguità, è il carattere eversivo della democrazia che è alla base del contratto: i gazebo e l’oscura e non trasparente piattaforma Rousseau ne sono un corollario esemplificativo.
Frutto di due forze politiche in misura diversa dotate anche di potenzialità democratiche e di buona fede che hanno scelto il versante politico della scorciatoia di fronte alla complessità della politica e soprattutto della complessità politica nell’era del dominio dell’algoritmo (vedi “algoritmi di libertà” di Michele Mezza).
Alla crisi della politica ma anche dei surrogati, economia che controlla la politica, finanza che controlla l’economia, il Movimento cinque stelle e la Lega (non più Lega Nord ma movimento lepenista) hanno scelto la “rappresentazione” simbolica del cammino verso la democrazia diretta. Per questo eleggono un presidente della camera ma non se ne curano, perché il parlamento, chiuso e inattivo, in un certo senso “bivacco di manipoli” inutile e sfaccendato pour cause esemplifica gli strumenti istituzionali da superare con la scorciatoia dei gazebo e della piattaforma informatica.
Allo stesso modo in cui alla complessità della politica internazionale Trump risponde semplificando con l’ambasciata Usa a Gerusalemme e – bombardando in Siria – ignorando esplicitamente le Nazioni Unite; e Putin e la leadership cinese decidono di rispondere rafforzando autoritariamente il loro potere per cercare di controllare (e per ora sfruttare) i nuovi padroni del vapore “over the top”, Facebook e le sue sorelle che stanno divenendo padroni delle profilazioni e presto delle predizioni sui comportamenti degli esseri umani.
C’è anche tanta ingenuità in questa visione politica: proporre il voto delle poche migliaia di votanti della piattaforma Rousseau o dei gazebo a fronte dell’impossibilità di un paria indiano o della bassa padana di avere lo stesso peso di Mark Zuckerberg o di un Satrapo putiniano…
Siamo tutti per l’omnicrazia ghandiana ma fino a che non mi garantirete il voto libero e autonomo di tutti e sette i miliardi di esseri umani continuerò a pensare che dalla Rivoluzione francese ad oggi il sistema democratico di rappresentanza parlamentare sia il miglior ritrovato di scienza della politica e che ogni vertice o verifica politica deve finire in consiglio dei ministri o in parlamento fosse anche con un aspro scontro verbale o nelle piazze. Oppure che ogni scelta, anche presa nei corridoi del Palazzo di vetro, debba finire con un voto del Consiglio di sicurezza Onu.
Poi dobbiamo e possiamo discutere della riforma di queste istituzioni ma queste mi rappresentano, le altre raccontano solo della rappresentanza per poi tradirla con l’autoritarismo di uno o di pochi.
Questa sarebbe una ragione politica di netta opposizione senza ambiguità che, per avere successo e quindi tornare ad avere consenso popolare, non può essere legato alle piccinerie di un comma politico del contrattino gialloverde ma deve elevare lo scontro politico (e quindi l’opposizione democratica e popolare) alle questioni di sistema: certo l’economia e i “conti della serva” di Cottarelli che sono uno scoglio non da poco, 550 milioni di euro per coprire 110 miliardi di spesa!, ma anche il rispetto delle forme democratiche a cominciare dalla consegna all’Agcom e all’agenzia digitale dell’algoritmo e del software che controlla e gestisce la piattaforma Rousseau, per esempio.
Altro che dibattiti sulle reggenze e le presidenze di garanzia per i congressi (ma le presidenze espresse dalla maggioranza sono presidenze di garanzia? ndr)! Un’opposizione sociale e politica al “contratto” presuppone l’analisi, lo studio faticoso delle reali strutture di proprietà dei mezzi di produzione di ciò che oggi è simbolico più che reale, di quanto i beni immateriali siano più negoziati e reali degli stessi beni di consumo consegnatici dal Novecento per cui Amazon e Ilva non sono trattati allo stesso modo e con la stessa urgenza dai governi quali che ne siano il colore. E dentro a queste contraddizioni immaginando un modo diverso di essere di un partito che voglia rappresentare il futuro e le speranze dei cittadini divenuti rotelle non solo del consumismo ma anche della produzione di senso, profilata e spesso invogliata al consumo (e forse anche al voto elettorale) da chi possiede i mezzi per produrre senso, percezioni (per esempio sicurezza/insicurezza) sondaggi e scelte quotidiane.
Questo significa un partito capace di “geometria variabile”, che attorno alle idee-forza recuperi consenso sulle scelte programmatiche sapendo che non ci saranno più blocchi identitari monolitici ma gruppi di consenso tra cui vanno cercate relazioni sociali.
Certo, anche Obama come Trump ha usato la Rete, la profilazione e il marketing politico. Solo che lui ha fatto dialogare e negoziare tra loro sul programma politico i suoi possibili elettori, non ha solo rivolto loro, dall’alto al basso, una sua visione consolatoria e rassicurante ( destra e compassionevole). La differenza tra destra e sinistra che ancora esiste. Tra democrazia e partecipazione da un lato e autoritarismo e compassione dall’altro.
Il programma, negoziato, variabile, foriero di scelte sempre discutibili e riformabili, ne discende e nello stesso tempo in-forma delle modalità il processo di decisione e costituisce esso stesso identità. Un’identità sempre in fieri, non monoliticamente pre-formata.
È una partita difficile, sconosciuta negli esiti e anche imprevedibile per tutti noi ma l’unica possibile per reagire con un balzo in avanti alla rassegnazione e allo sguardo rivolto al passato.
POST SCRIPTUM
Di tutto questo (tutto verificabile, tutto sbagliato e tutto da rifare, come direbbe Bartali ma anche il mio Marx preferito, Groucho), a differenza di ciò che pensate (scherziamo!?) non si è discusso all’assemblea nazionale del Pd.

mercoledì 25 aprile 2018

In ricordo di Giovanni Galloni. Un maestro



Galloni. Quando sinistra era anche la Dc

L'esponente della "sinistra di base", scomparso due giorni fa, è stato molto di più che una figura di spicco della Democrazia Cristiana. Come pochi cattolici in politica ha saputo essere un ideologo, rispettato culturalmente e talvolta bistrattato politicamente anche dai suoi amici, nonostante abbia certamente vissuto una vita politica di primissimo piano
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Le biografie di un’epoca in cui mancano non solo le ideologie ma spesso anche ideali, ci raccontano solo la sequela degli incarichi ma Galloni non fu certo una “seconda fila”. Sin da ragazzo. Giovanni Galloni, al di là delle biografie ufficiali, dell’ex ministro della pubblica istruzione (il successore della eterna Falcucci e il predecessore dell’attuale presidente della repubblica, Sergio Mattarella), è stato molto di più di una figura di spicco della Democrazia Cristiana, perché forse come pochi cattolici in politica ha saputo essere un ideologo, rispettato culturalmente e talvolta bistrattato politicamente anche dai suoi amici, nonostante abbia certamente vissuto una vita politica di primissimo piano, in cui oltre all’incarico di ministro è stato sei volte parlamentare, visegretario e vicepresidente dc e direttore de Il popolo.

Da sinistra Giorgio La Pira, Aldo Moro e Giuseppe Dossetti
In un versante di mondo – quello cattolico – troppo spesso dominato dalla retorica dei valori e dal pragmatismo incombente delle scelte quotidiane – specie dopo la vittoria del 1948 che proiettò la Dc saldamente al governo – Giovanni Galloni ha mantenuto viva una battaglia ideale e un confronto ideologico che, con scritti, discorsi ed azioni politiche ha avuto pochi eguali, forse soli Guido Bodrato, Luigi Granelli e Carlo Donat Cattin, della sua generazione.
Galloni è stato il collante e il riferimento ideologico di più di una generazione Dc, perché aveva cominciato presto a far politica, staffetta partigiana in Emilia Romagna, a Bologna dove la sua famiglia si era trasferita dalla Sicilia. Era stato, direi “naturalmente” tra i giovani che poi avevano seguito l’impegno politico di Giuseppe Dossetti, al punto di essere tra coloro presenti al secondo incontro di Rossena, nel 1951 quando il leader di minoranza della Dc annunciò l’addio alla politica e le dimissioni da vicesegretario dc e da deputato della Repubblica.
Di quel dibattito (con Dossetti stesso poco, perché egli non voleva discutere un arretramento della sua scelta e fu categorico, ma di e con altri parecchio “forte” e che si è conosciuto solo nel tempo con una certa reticenza dei protagonisti, Giovanni Galloni fu testimone certo e ne scrisse in riviste (come Iniziativa Democratica e poi più in là in Appunti, ma anche in molti libri, ultimo quello su “Dossetti Profeta”), o forse si dovrebbe dire, che lo visse sulla sua pelle, sempre, in tutti i lunghi anni della sua vita politica.

Giovanni Marcora
Quel dibattito verteva sulla condizione del cattolicesimo democratico nel nostro Paese e sulla ferrea presa di De Gasperi sulla Dc. Dossetti in sostanza diceva che le premesse della Resistenza per un cambio sociale nel Paese erano rimaste deluse ed i cattolici avevano grandi colpe in ciò (Nicola Pistelli anni dopo parlò di “rachitismo politico” dei cattolici italiani) e dunque nelle condizioni date De Gasperi rispondeva al massimo di progresso politico possibile per un movimento che non poteva andare oltre le sue radici. Giuseppe Dossetti, che con la sua corrente dopo lo sforzo fortissimo dei “professorini” per la nascita della Costituzione aveva contestato le modalità dell’Alleanza atlantica, aveva richiesto una riforma agraria complessiva e piani generali per il lavoro e per la casa (le “attese della povera gente” di La Pira) e cosa si ritrovava ora? Un partito baluardo contro il comunismo conservatore socialmente e che senza de Gasperi avrebbe ripiombato l’ Italia nel conservatorismo politico ante Costituzione.
Dunque, addio alla politica, almeno per lui. In attesa che il mondo cattolico evolva per cambiare poi la rappresentanza politica dei cattolici (e infatti prende i voti monacali…)
Ma per chi resta? Tra cui Giovanni Galloni e tanti altri? Dossetti elabora la teoria dei “due piani”: chi vuole faccia formazione politica per accelerare il cambio di condizione culturale dei cattolici e del Paese; chi invece vuol continuare in politica sappia che dovrà rafforzare De Gasperi, anche se non lo ama, perché è l’ unico argine al rischio di conservatorismo politico. Nel dire questo Dossetti si rivolge esplicitamente a Galloni e agli altri dei gruppi giovanili.
E da lì prende le mosse il lavoro politico interno alla Dc di Giovanni Galloni. Il quale resiste due anni ma poi a Belgirate nel 1953 con altri, tra cui Marcora su tutti, dà vita alla corrente di “sinistra di Base”, la prima corrente di sinistra dc che punta decisamente sul cambio strutturale dello Stato (riforme strutturali, riforme istituzionali, confronto politico con tutti) e non solo sul miglioramento delle condizioni sociali o di mero eco delle battaglie sindacali.
La sinistra di Base è stata la casa di Giovanni Galloni per tutta la sua vita. Una casa di famiglia, da cui ha polemizzato con Fanfani, uscito dalla corrente dossettiana convinto che solo il controllo pieno del partito portasse al controllo del governo, e in cui ha incontrato dall’inizio il brillante operaio Italsider Luigi Granelli (poi parlamentare e ministro), e gli studenti della Cattolica, Ciriaco De Mita e Riccardo Misasi, la corrente di cui è stato l’“anello romano” per Giovanni Marcora. Moro? Certo Aldo Moro era tra le amicizie più care ma il leader barese era restio al lavoro organizzato di una corrente a suo modo “scientifica” come la “sinistra di Base”.

Aldo Moro e Benigno Zaccagnini
Rimasero l’amicizia e la consonanza “dossettiana” tutta la vita, fino al momento del comune concepimento della solidarietà nazionale e della tragedia del rapimento e dell’uccisione di Moro, ma non sempre si trovarono a fare il congresso Dc assieme, perché le tattiche di Moro e dei basisti spesso divergevano, anche per i numeri oggettivamente diversi.
Giovanni Galloni fu l’ideologo di Marcora e della Base per l’apertura prima ai socialisti e poi al confronto con il Pci (qui assieme a Moro, certamente) e fu, assieme a Bodrato, colui che mise assieme tutte le anime delle sinistre dc per vincere il congresso con Zaccagnini nel 1975 e da allora il massimo esponente di un confronto istituzionale per le riforme con il Pci.

Luigi Granelli, Ciriaco De Mita e Virginio Rognoni
Non era certo l’ uomo delle clientele… eletto sei volte in parlamento, spesso con grande sforzo dei giovani e dei suoi amici fedeli, capolista al comune di Roma e appositamente non votato da tutte le altre correnti della riprovevole dc romana dei dorotei o degli andreottiani sia di rito Evangelisti che Sbardella. Galloni era mite ma non le mandava a dire… quando Cossiga presidente decise di improvvisarsi “picconatore” , lui nel frattempo divenuto vicepresidente del Csm, parlò di politica e di responsabilità e Cossiga-caso unico nella Repubblica – gli ritirò delle deleghe che gli furono restituite solo dal successore, Scalfaro.

Guido Bodrato
È stato un docente universitario valente ma soprattutto il riferimento di chiunque volesse fare un dibattito o una sessione di formazione politica. A qualunque partito, corrente, sindacato, associazione o qualsivoglia comunità appartenesse. Per discutere partiva da ogni dove ed arrivava ogni dove. Molti lo ricordano al volante della sua Fiat 127 con cui, per la verità metteva allarme in figli ed amici cari perché dell’intellettuale aveva tutte le caratteristiche, compresa una certa leggerezza per le cose di tutti i giorni. Che, francamente lo faceva apprezzare ancor di più

sabato 14 aprile 2018

RICOMINCIAMO DAI “FONDAMENTALI”

RICOMINCIAMO DAI FONDAMENTALI


PACE, EUROPA,SUPERAMENTO DEL LIBERISMO
RIFORME POSSIBILIk
UN CAMPO DEL CENTROSINISTRA


Questa nota era pensata per introdurre il libro di 
Vannino Chiti,” la democrazie nel futuro”, pregevole riflessione, completa sulla politica, la democrazia in Italia in Europa e nel mondo,che ho l’onore di introdurre il

19 aprile alle ore 18:30 
al circolo PD di donna Olimpia Roma.


Non potevo però non farla precedere dall’attualità della guerra in Siria nella quale l’attacco delle basi di preparazione delle armi chimiche rappresenta semplicemente un gesto di diplomazia guerresca ,forse inevitabile ma che certamente non affronta davvero  il tema della Siria e più in generale del Medioriente e delle condizioni per costruire una pace duratura. Accettando la logica delle armi rischia di farci ritrovare ricattati dalla necessità di mantenere lo status quo oppure di ingerire nei comportamenti di gruppi di liberazione che troppo spesso sono poi asserviti, al di là delle

intenzioni,al radicalismo ideologico oppure alla necessità di procurarsi armi ed approvvigionamenti.
La pace,proprio il tema della pace coniugato con le capacità diplomatiche e con il ruolo geopolitico che svolgono gli Stati e l’Italia in particolare, è un tema scomparso da tempo dai radar della politica in generale e purtroppo anche del partito democratico e del centro sinistra. Credo per esempio che questo dovrebbe essere uno dei temi da cui ripartire con una visione globale di riforma delle Nazioni Unite, di ruolo della Unione Europea nelle Nazioni Unite e in particolare riferimento al seggio permanente nel consiglio di sicurezza. Interrogarsi sulla pace significa interrogarsi sul ruolo delle nostre forze armate e sulla loro disponibilità per gli organismi internazionali in particolare per svolgere un servizio di caschi blu all’interno delle Nazioni Unite; interrogarsi su tutte le azioni politiche diplomatiche che possono essere condotte prima e dopo per garantire che non nascano conflitti né interni nè fra Stati. E interrogarmi sul  bagaglio del tema dei diritti umani e civili che deve affiancare la tradizionale politica diplomatica.


Di questi temi è ricco per fortuna il libro di Vannino Chiti E soprattutto nella prima parte delle quattro parti in cui ho diviso la mia riflessione di lettura si vede un percorso che riconosco: cioè l’impegno per una politica che abbia un afflato generale; è un percorso che conosco e riconosco : domandarsi a che punto è il mondo l’Europa l’Italia e dove e come siamo situati noi in questo contesto è non una politica antica ma la politica con la P maiuscola.
Il secondo punto di riflessione di Vannino Chiti è in riferimento alle battaglie che la sinistra deve riprendere e a mio avviso viene detto nel libro anche se forse in maniera non esplicita,dobbiamo ripartire dallo shock della linea Thatcher Reagan. Dei due la più ideologica era la Thatcher che proponeva di vivere in maniera individuale perché “ la società non esiste esistono gli individui” E a questa affermazione ideologica e le linee di politica di economia che ne sono seguite,quindi il predominio dell’economia sulla politica e poi della finanza sull’economia che in tutti questi anni i progressisti non hanno risposto;Vannino Chiti si interroga su questo ed è bene che lo facciamo anche noi.
Il terzo punto è la questione europea peraltro dirimente anche nelle ultime elezioni politiche e nel frangente che viviamo attualmente in Italia. Su questo concordo pienamente con la visione europeista e federalista solidale che Vannino Chiti propone peraltro essendo stato lui presidente della commissione affari europei che io avuto l’onore di servire come segretario nella precedente legislatura..
 In ultimo e fa bene Vannino a porlo in questi termini, la questione italiana con la necessità di un pragmatismo nelle riforme e non di progetti epocali che assumono un valore ideologico e vengono spesso respinti. Con il rilancio della democrazie rappresentativa e parlamentare come scelta e non subita come un approccio Antico da rottamare;infine con il ruolo di un partito vero che sia in campo all’interno di un movimento del centro sinistra che raggruppi non solo partiti ma associazioni movimenti e quanto si muove nel campo della cittadinanza
Iniziamo a ragionare......