lunedì 28 maggio 2018

L’INCOMPRENSIBILE MATTARELLA ?

L’INCOMPRENSIBILE MATTARELLA ?

Al netto dell’italico “cui prodest?” ( oggi sono tutti profeti perché il cittì della nazionale di calcio purtroppo da domani c’é giá....) e cioè se M5 S é caduto nella trappola di Salvini oppure se puntano assieme ( ma con chi si presenta Salvini ? Col centrodestra?Con o contro i cinque stelle ?) al cosiddetto “80 per cento” (D’Alema dixit),alcune riflessioni che faccio per me ed i 1500 lettori di Forcelliana memoria ( Enzo Forcella ed i suoi 1500 lettori interessati alla politica ndr....):

1. Il povero prof. Conte, come é venuto, così se ne é andato....con tutto il rispetto,mandatario era e mandatario é rimasto......
2. A Mattarella si può dire tutto meno che sia parte dei cosiddetti poteri occulti,economici o complottardi,se non altro perché fratello ed erede politico di Piersanti,assassinato dalla mafia con un killer prestato (Fioravanti ndr) dai Nar,organizzazione terroristica fascista molto connessa con Banda della Magliana e P2,che tra strage di Bologna e scambi di armi e soldi molto trafficava con i veri poteri occulti....
Sergio Mattarella ha dimostrato in tutta la sua attivitá politica da che parte é stato lui....la Casaleggio associati invece fino a che non consegna software ed algoritmi all’Agcom non sappiamo bene a chi risponda.
Salvini ha invece -va detto,con molta chiarezza-mutato geneticamente la Lega Nord in partito lepenista ma mi piacerebbe sapere di più sulle relazioni con Putin per esempio....
3. Non si può dire che il Presidente della Repubblica non conosca le pieghe della Costituzione visto il ruolo di docente di diritto parlamentare e di giudice della Corte Costituzionale né che non sappia riconoscere gli effetti politici delle leggi elettorali visto che é il padre della legge maggioritaria che finora ha funzionato meglio.
4. Vogliamo dirci che lo scontro sia davvero sul prof. Savona che ha scoperto la minigonna ad 82 anni ( si legga la pericolosità dell’Europa dopo aver servito come “tecnico” da Ministro del Ciampi patriota europeo e dunque italiano) ?
E’ evidente che così non é o almeno questa é la ragione superficiale.
Molto più profonda la ragione reale ovvero l’inaccettabilità istituzionale di uno stravolgimento della Costituzione che pensata comma per comma immagina non una democrazia diretta per cui chi vince prende tutto ma una repubblica democratica parlamentare in cui pesi e contrappesi esistono per garantire con consuetudini e norme l’agibilità politica.
Il Presidente della Repubblica firma il decreto di nomina dei Ministri propostigli dal Presidente del Consiglio. Si può pensare che non ne porti la responsabilitá ? Immaginare di imporgli oggi un Ministro oggettivamente discutibile significherebbe dichiarare definitivamente superata la repubblica democratica parlamentare in cambio di una democrazia diretta  per cui chi vince é padrone assoluto anche quando si tratta di una delle minoranze parlamentari,sia pure la più numerosa,con evidenti conseguenze di Spoil System a tutti i livelli amministrativi e politici( e in Parlamento giá é successo con le nomine dei questori per esempio creando un precedente che ogni forza politica dovrebbe aborrire pensando al futuro quando dovesse tornare ad essere forza di opposizione democratica).
Savona o non Savona,perfino Berlusconi,il Berlusconi vincente col maggioritario e candidato Premier,alla opposizione sul nome di Previti Ministro della Giustizia fece un passo indietro. ( e non é l’unico caso della Repubblica).
Salvini e Di Maio no.
Perché in gioco c’é una concezione intera della democrazia.Non un nome di Ministro.
E quando in gioco sono i princípi della democrazia non c’é mediazione possibile.
É l’inverno del nostro scontento quello che viviamo ma alla fine c’é sempre un Campo di Bosworth per ogni sconfinata ambizione!

domenica 20 maggio 2018

Per un partito a “geometria variabile”

L'opposizione alla politica e alla cultura politica M5S/Lega recuperi slancio, attorno a idee-forza e su scelte programmatiche, sapendo che non ci saranno più blocchi identitari monolitici ma gruppi di consenso tra cui vanno cercate relazioni sociali. 
scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO 
Se le forme sono sostanza perché scandalizzarsi del contratto stretto tra M5S e Lega? E soprattutto come leggerlo, utilizzarlo e, per chi vuole, contrastarlo? Non certo recandosi nelle aule di tribunale, dove nemmeno Di Maio e Salvini, sottoscrittori del “pezzo di carta” valido solo fra privati (e a patto che non violi articoli di legge, codice civile o peggio ancora la Costituzione) si troveranno mai e lo sanno bene (basterebbe fare un’inchiesta come si deve su come sono finiti i processi intentati tra compagni di viaggio del Movimento Cinque Stelle in questi anni).
No, è la politica e per certi versi la scienza della politica e meglio ancora la filosofia della politica, che dovrebbe/potrebbe aiutarci.
Il contratto prefigura un accordo comune tra partiti nel proporzionale o nel semiproporzionale come tanti del passato, da noi come in altre nazioni. Un po’ del mio programma un po’ del tuo, un tot di concessione al popolo un tot ai media.
Certo la dieta mediatica dai tempi di Malagodi e Nicolazzi o Spadolini è ovviamente cambiata e ne risente la formazione dei punti di contratto, ma non più di tanto: sulla cultura vi sono solo parole, sulla scuola e università bei principi e perfino sull’Europa una politica costruttiva di negoziato che rinnega le posizioni elettorali dell’uno e dell’altro (ma non conta, questi partiti hanno palesemente abolito il “principio di non contraddizione”).
No, non è questo il punto, che qualsiasi opposizione seria, ovvero che sappia che fare opposizione reale e nel Paese, non è essere un “couch potato” steso sul divano a sgranocchiare popcorn ma un lavoro serio, dedito, doppio di chi governa (“se i comunisti sono bravi noi dobbiamo esserlo più di loro”, cito Zaccagnini ma potrei citare in maniera inversa la pari idea di Amendola circa l’opposizione alla Dcndr) può utilizzare come leva per un “cambio” elettorale futuro.
No, il punto focale a mio avviso, interessante e con cui confrontarsi senza paura e senza ambiguità, è il carattere eversivo della democrazia che è alla base del contratto: i gazebo e l’oscura e non trasparente piattaforma Rousseau ne sono un corollario esemplificativo.
Frutto di due forze politiche in misura diversa dotate anche di potenzialità democratiche e di buona fede che hanno scelto il versante politico della scorciatoia di fronte alla complessità della politica e soprattutto della complessità politica nell’era del dominio dell’algoritmo (vedi “algoritmi di libertà” di Michele Mezza).
Alla crisi della politica ma anche dei surrogati, economia che controlla la politica, finanza che controlla l’economia, il Movimento cinque stelle e la Lega (non più Lega Nord ma movimento lepenista) hanno scelto la “rappresentazione” simbolica del cammino verso la democrazia diretta. Per questo eleggono un presidente della camera ma non se ne curano, perché il parlamento, chiuso e inattivo, in un certo senso “bivacco di manipoli” inutile e sfaccendato pour cause esemplifica gli strumenti istituzionali da superare con la scorciatoia dei gazebo e della piattaforma informatica.
Allo stesso modo in cui alla complessità della politica internazionale Trump risponde semplificando con l’ambasciata Usa a Gerusalemme e – bombardando in Siria – ignorando esplicitamente le Nazioni Unite; e Putin e la leadership cinese decidono di rispondere rafforzando autoritariamente il loro potere per cercare di controllare (e per ora sfruttare) i nuovi padroni del vapore “over the top”, Facebook e le sue sorelle che stanno divenendo padroni delle profilazioni e presto delle predizioni sui comportamenti degli esseri umani.
C’è anche tanta ingenuità in questa visione politica: proporre il voto delle poche migliaia di votanti della piattaforma Rousseau o dei gazebo a fronte dell’impossibilità di un paria indiano o della bassa padana di avere lo stesso peso di Mark Zuckerberg o di un Satrapo putiniano…
Siamo tutti per l’omnicrazia ghandiana ma fino a che non mi garantirete il voto libero e autonomo di tutti e sette i miliardi di esseri umani continuerò a pensare che dalla Rivoluzione francese ad oggi il sistema democratico di rappresentanza parlamentare sia il miglior ritrovato di scienza della politica e che ogni vertice o verifica politica deve finire in consiglio dei ministri o in parlamento fosse anche con un aspro scontro verbale o nelle piazze. Oppure che ogni scelta, anche presa nei corridoi del Palazzo di vetro, debba finire con un voto del Consiglio di sicurezza Onu.
Poi dobbiamo e possiamo discutere della riforma di queste istituzioni ma queste mi rappresentano, le altre raccontano solo della rappresentanza per poi tradirla con l’autoritarismo di uno o di pochi.
Questa sarebbe una ragione politica di netta opposizione senza ambiguità che, per avere successo e quindi tornare ad avere consenso popolare, non può essere legato alle piccinerie di un comma politico del contrattino gialloverde ma deve elevare lo scontro politico (e quindi l’opposizione democratica e popolare) alle questioni di sistema: certo l’economia e i “conti della serva” di Cottarelli che sono uno scoglio non da poco, 550 milioni di euro per coprire 110 miliardi di spesa!, ma anche il rispetto delle forme democratiche a cominciare dalla consegna all’Agcom e all’agenzia digitale dell’algoritmo e del software che controlla e gestisce la piattaforma Rousseau, per esempio.
Altro che dibattiti sulle reggenze e le presidenze di garanzia per i congressi (ma le presidenze espresse dalla maggioranza sono presidenze di garanzia? ndr)! Un’opposizione sociale e politica al “contratto” presuppone l’analisi, lo studio faticoso delle reali strutture di proprietà dei mezzi di produzione di ciò che oggi è simbolico più che reale, di quanto i beni immateriali siano più negoziati e reali degli stessi beni di consumo consegnatici dal Novecento per cui Amazon e Ilva non sono trattati allo stesso modo e con la stessa urgenza dai governi quali che ne siano il colore. E dentro a queste contraddizioni immaginando un modo diverso di essere di un partito che voglia rappresentare il futuro e le speranze dei cittadini divenuti rotelle non solo del consumismo ma anche della produzione di senso, profilata e spesso invogliata al consumo (e forse anche al voto elettorale) da chi possiede i mezzi per produrre senso, percezioni (per esempio sicurezza/insicurezza) sondaggi e scelte quotidiane.
Questo significa un partito capace di “geometria variabile”, che attorno alle idee-forza recuperi consenso sulle scelte programmatiche sapendo che non ci saranno più blocchi identitari monolitici ma gruppi di consenso tra cui vanno cercate relazioni sociali.
Certo, anche Obama come Trump ha usato la Rete, la profilazione e il marketing politico. Solo che lui ha fatto dialogare e negoziare tra loro sul programma politico i suoi possibili elettori, non ha solo rivolto loro, dall’alto al basso, una sua visione consolatoria e rassicurante ( destra e compassionevole). La differenza tra destra e sinistra che ancora esiste. Tra democrazia e partecipazione da un lato e autoritarismo e compassione dall’altro.
Il programma, negoziato, variabile, foriero di scelte sempre discutibili e riformabili, ne discende e nello stesso tempo in-forma delle modalità il processo di decisione e costituisce esso stesso identità. Un’identità sempre in fieri, non monoliticamente pre-formata.
È una partita difficile, sconosciuta negli esiti e anche imprevedibile per tutti noi ma l’unica possibile per reagire con un balzo in avanti alla rassegnazione e allo sguardo rivolto al passato.
POST SCRIPTUM
Di tutto questo (tutto verificabile, tutto sbagliato e tutto da rifare, come direbbe Bartali ma anche il mio Marx preferito, Groucho), a differenza di ciò che pensate (scherziamo!?) non si è discusso all’assemblea nazionale del Pd.

mercoledì 25 aprile 2018

In ricordo di Giovanni Galloni. Un maestro



Galloni. Quando sinistra era anche la Dc

L'esponente della "sinistra di base", scomparso due giorni fa, è stato molto di più che una figura di spicco della Democrazia Cristiana. Come pochi cattolici in politica ha saputo essere un ideologo, rispettato culturalmente e talvolta bistrattato politicamente anche dai suoi amici, nonostante abbia certamente vissuto una vita politica di primissimo piano
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Le biografie di un’epoca in cui mancano non solo le ideologie ma spesso anche ideali, ci raccontano solo la sequela degli incarichi ma Galloni non fu certo una “seconda fila”. Sin da ragazzo. Giovanni Galloni, al di là delle biografie ufficiali, dell’ex ministro della pubblica istruzione (il successore della eterna Falcucci e il predecessore dell’attuale presidente della repubblica, Sergio Mattarella), è stato molto di più di una figura di spicco della Democrazia Cristiana, perché forse come pochi cattolici in politica ha saputo essere un ideologo, rispettato culturalmente e talvolta bistrattato politicamente anche dai suoi amici, nonostante abbia certamente vissuto una vita politica di primissimo piano, in cui oltre all’incarico di ministro è stato sei volte parlamentare, visegretario e vicepresidente dc e direttore de Il popolo.

Da sinistra Giorgio La Pira, Aldo Moro e Giuseppe Dossetti
In un versante di mondo – quello cattolico – troppo spesso dominato dalla retorica dei valori e dal pragmatismo incombente delle scelte quotidiane – specie dopo la vittoria del 1948 che proiettò la Dc saldamente al governo – Giovanni Galloni ha mantenuto viva una battaglia ideale e un confronto ideologico che, con scritti, discorsi ed azioni politiche ha avuto pochi eguali, forse soli Guido Bodrato, Luigi Granelli e Carlo Donat Cattin, della sua generazione.
Galloni è stato il collante e il riferimento ideologico di più di una generazione Dc, perché aveva cominciato presto a far politica, staffetta partigiana in Emilia Romagna, a Bologna dove la sua famiglia si era trasferita dalla Sicilia. Era stato, direi “naturalmente” tra i giovani che poi avevano seguito l’impegno politico di Giuseppe Dossetti, al punto di essere tra coloro presenti al secondo incontro di Rossena, nel 1951 quando il leader di minoranza della Dc annunciò l’addio alla politica e le dimissioni da vicesegretario dc e da deputato della Repubblica.
Di quel dibattito (con Dossetti stesso poco, perché egli non voleva discutere un arretramento della sua scelta e fu categorico, ma di e con altri parecchio “forte” e che si è conosciuto solo nel tempo con una certa reticenza dei protagonisti, Giovanni Galloni fu testimone certo e ne scrisse in riviste (come Iniziativa Democratica e poi più in là in Appunti, ma anche in molti libri, ultimo quello su “Dossetti Profeta”), o forse si dovrebbe dire, che lo visse sulla sua pelle, sempre, in tutti i lunghi anni della sua vita politica.

Giovanni Marcora
Quel dibattito verteva sulla condizione del cattolicesimo democratico nel nostro Paese e sulla ferrea presa di De Gasperi sulla Dc. Dossetti in sostanza diceva che le premesse della Resistenza per un cambio sociale nel Paese erano rimaste deluse ed i cattolici avevano grandi colpe in ciò (Nicola Pistelli anni dopo parlò di “rachitismo politico” dei cattolici italiani) e dunque nelle condizioni date De Gasperi rispondeva al massimo di progresso politico possibile per un movimento che non poteva andare oltre le sue radici. Giuseppe Dossetti, che con la sua corrente dopo lo sforzo fortissimo dei “professorini” per la nascita della Costituzione aveva contestato le modalità dell’Alleanza atlantica, aveva richiesto una riforma agraria complessiva e piani generali per il lavoro e per la casa (le “attese della povera gente” di La Pira) e cosa si ritrovava ora? Un partito baluardo contro il comunismo conservatore socialmente e che senza de Gasperi avrebbe ripiombato l’ Italia nel conservatorismo politico ante Costituzione.
Dunque, addio alla politica, almeno per lui. In attesa che il mondo cattolico evolva per cambiare poi la rappresentanza politica dei cattolici (e infatti prende i voti monacali…)
Ma per chi resta? Tra cui Giovanni Galloni e tanti altri? Dossetti elabora la teoria dei “due piani”: chi vuole faccia formazione politica per accelerare il cambio di condizione culturale dei cattolici e del Paese; chi invece vuol continuare in politica sappia che dovrà rafforzare De Gasperi, anche se non lo ama, perché è l’ unico argine al rischio di conservatorismo politico. Nel dire questo Dossetti si rivolge esplicitamente a Galloni e agli altri dei gruppi giovanili.
E da lì prende le mosse il lavoro politico interno alla Dc di Giovanni Galloni. Il quale resiste due anni ma poi a Belgirate nel 1953 con altri, tra cui Marcora su tutti, dà vita alla corrente di “sinistra di Base”, la prima corrente di sinistra dc che punta decisamente sul cambio strutturale dello Stato (riforme strutturali, riforme istituzionali, confronto politico con tutti) e non solo sul miglioramento delle condizioni sociali o di mero eco delle battaglie sindacali.
La sinistra di Base è stata la casa di Giovanni Galloni per tutta la sua vita. Una casa di famiglia, da cui ha polemizzato con Fanfani, uscito dalla corrente dossettiana convinto che solo il controllo pieno del partito portasse al controllo del governo, e in cui ha incontrato dall’inizio il brillante operaio Italsider Luigi Granelli (poi parlamentare e ministro), e gli studenti della Cattolica, Ciriaco De Mita e Riccardo Misasi, la corrente di cui è stato l’“anello romano” per Giovanni Marcora. Moro? Certo Aldo Moro era tra le amicizie più care ma il leader barese era restio al lavoro organizzato di una corrente a suo modo “scientifica” come la “sinistra di Base”.

Aldo Moro e Benigno Zaccagnini
Rimasero l’amicizia e la consonanza “dossettiana” tutta la vita, fino al momento del comune concepimento della solidarietà nazionale e della tragedia del rapimento e dell’uccisione di Moro, ma non sempre si trovarono a fare il congresso Dc assieme, perché le tattiche di Moro e dei basisti spesso divergevano, anche per i numeri oggettivamente diversi.
Giovanni Galloni fu l’ideologo di Marcora e della Base per l’apertura prima ai socialisti e poi al confronto con il Pci (qui assieme a Moro, certamente) e fu, assieme a Bodrato, colui che mise assieme tutte le anime delle sinistre dc per vincere il congresso con Zaccagnini nel 1975 e da allora il massimo esponente di un confronto istituzionale per le riforme con il Pci.

Luigi Granelli, Ciriaco De Mita e Virginio Rognoni
Non era certo l’ uomo delle clientele… eletto sei volte in parlamento, spesso con grande sforzo dei giovani e dei suoi amici fedeli, capolista al comune di Roma e appositamente non votato da tutte le altre correnti della riprovevole dc romana dei dorotei o degli andreottiani sia di rito Evangelisti che Sbardella. Galloni era mite ma non le mandava a dire… quando Cossiga presidente decise di improvvisarsi “picconatore” , lui nel frattempo divenuto vicepresidente del Csm, parlò di politica e di responsabilità e Cossiga-caso unico nella Repubblica – gli ritirò delle deleghe che gli furono restituite solo dal successore, Scalfaro.

Guido Bodrato
È stato un docente universitario valente ma soprattutto il riferimento di chiunque volesse fare un dibattito o una sessione di formazione politica. A qualunque partito, corrente, sindacato, associazione o qualsivoglia comunità appartenesse. Per discutere partiva da ogni dove ed arrivava ogni dove. Molti lo ricordano al volante della sua Fiat 127 con cui, per la verità metteva allarme in figli ed amici cari perché dell’intellettuale aveva tutte le caratteristiche, compresa una certa leggerezza per le cose di tutti i giorni. Che, francamente lo faceva apprezzare ancor di più

sabato 14 aprile 2018

RICOMINCIAMO DAI “FONDAMENTALI”

RICOMINCIAMO DAI FONDAMENTALI


PACE, EUROPA,SUPERAMENTO DEL LIBERISMO
RIFORME POSSIBILIk
UN CAMPO DEL CENTROSINISTRA


Questa nota era pensata per introdurre il libro di 
Vannino Chiti,” la democrazie nel futuro”, pregevole riflessione, completa sulla politica, la democrazia in Italia in Europa e nel mondo,che ho l’onore di introdurre il

19 aprile alle ore 18:30 
al circolo PD di donna Olimpia Roma.


Non potevo però non farla precedere dall’attualità della guerra in Siria nella quale l’attacco delle basi di preparazione delle armi chimiche rappresenta semplicemente un gesto di diplomazia guerresca ,forse inevitabile ma che certamente non affronta davvero  il tema della Siria e più in generale del Medioriente e delle condizioni per costruire una pace duratura. Accettando la logica delle armi rischia di farci ritrovare ricattati dalla necessità di mantenere lo status quo oppure di ingerire nei comportamenti di gruppi di liberazione che troppo spesso sono poi asserviti, al di là delle

intenzioni,al radicalismo ideologico oppure alla necessità di procurarsi armi ed approvvigionamenti.
La pace,proprio il tema della pace coniugato con le capacità diplomatiche e con il ruolo geopolitico che svolgono gli Stati e l’Italia in particolare, è un tema scomparso da tempo dai radar della politica in generale e purtroppo anche del partito democratico e del centro sinistra. Credo per esempio che questo dovrebbe essere uno dei temi da cui ripartire con una visione globale di riforma delle Nazioni Unite, di ruolo della Unione Europea nelle Nazioni Unite e in particolare riferimento al seggio permanente nel consiglio di sicurezza. Interrogarsi sulla pace significa interrogarsi sul ruolo delle nostre forze armate e sulla loro disponibilità per gli organismi internazionali in particolare per svolgere un servizio di caschi blu all’interno delle Nazioni Unite; interrogarsi su tutte le azioni politiche diplomatiche che possono essere condotte prima e dopo per garantire che non nascano conflitti né interni nè fra Stati. E interrogarmi sul  bagaglio del tema dei diritti umani e civili che deve affiancare la tradizionale politica diplomatica.


Di questi temi è ricco per fortuna il libro di Vannino Chiti E soprattutto nella prima parte delle quattro parti in cui ho diviso la mia riflessione di lettura si vede un percorso che riconosco: cioè l’impegno per una politica che abbia un afflato generale; è un percorso che conosco e riconosco : domandarsi a che punto è il mondo l’Europa l’Italia e dove e come siamo situati noi in questo contesto è non una politica antica ma la politica con la P maiuscola.
Il secondo punto di riflessione di Vannino Chiti è in riferimento alle battaglie che la sinistra deve riprendere e a mio avviso viene detto nel libro anche se forse in maniera non esplicita,dobbiamo ripartire dallo shock della linea Thatcher Reagan. Dei due la più ideologica era la Thatcher che proponeva di vivere in maniera individuale perché “ la società non esiste esistono gli individui” E a questa affermazione ideologica e le linee di politica di economia che ne sono seguite,quindi il predominio dell’economia sulla politica e poi della finanza sull’economia che in tutti questi anni i progressisti non hanno risposto;Vannino Chiti si interroga su questo ed è bene che lo facciamo anche noi.
Il terzo punto è la questione europea peraltro dirimente anche nelle ultime elezioni politiche e nel frangente che viviamo attualmente in Italia. Su questo concordo pienamente con la visione europeista e federalista solidale che Vannino Chiti propone peraltro essendo stato lui presidente della commissione affari europei che io avuto l’onore di servire come segretario nella precedente legislatura..
 In ultimo e fa bene Vannino a porlo in questi termini, la questione italiana con la necessità di un pragmatismo nelle riforme e non di progetti epocali che assumono un valore ideologico e vengono spesso respinti. Con il rilancio della democrazie rappresentativa e parlamentare come scelta e non subita come un approccio Antico da rottamare;infine con il ruolo di un partito vero che sia in campo all’interno di un movimento del centro sinistra che raggruppi non solo partiti ma associazioni movimenti e quanto si muove nel campo della cittadinanza
Iniziamo a ragionare......


martedì 3 aprile 2018

Lettera aperta a Mario Calabresi

Perché ti scrivo? Perché penso che "la Repubblica", come il Pd debba interrogarsi anche sulle sue responsabilità almeno per gli ultimi venticinque anni della politica e della società civile italiana.

scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO 







































































Caro Mario,
ti scrivo oggi dopo aver letto il tuo editoriale di sabato 31 marzo di cui sottoscrivo ogni parola. Scrivere in dissenso è troppo facile e non sempre ispira la riflessione. Invece io, che leggo la Repubblica dal primo giorno di uscita mentre prendevo il bus che mi portava a scuola, spesso mi trovo d’accordo con te ma meno con le pagine del tuo-mio giornale e volevo scriverti ormai da un altro tuo editoriale, quello del 23 febbraio sul “vecchio film che va fermato”.
Perché ti scrivo? Perché penso che la Repubblica, come il Pd debba interrogarsi anche sulle sue responsabilità almeno per gli ultimi venticinque anni della politica e della società civile italiana. E poiché io sono affezionato ad entrambi, rispettosamente, mi sento di doverne far parte.
Vado subito al punto. Il tuo editoriale esprime perfettamente il senso di uno degli insegnamenti che ho avuto nella mia vita politica di militante della sinistra Dc, di cattolico democratico (e poi nel Pd): all’opposizione non ci vai, ti ci mandano. Significa che in politica vinci e perdi. Quando vinci non devi essere tracotante ed insensibile alle ragioni della minoranza, quando perdi non devi essere rancoroso ma uscire dall’angolo, tornare in gioco, battagliare sull’agenda politica. E convincere gli elettori della bontà delle tue idee.
I voti si contano non si pesano.
Le conseguenze sono una linea politica. Ma di questo parlerò se del caso nel mio partito (se ancora mio, se contendibile, se democratico…).
Parlando del mio giornale però a pagina 8 e 9 della stessa edizione ci sono due articoli sui guai giudiziari di Berlusconi e quelli possibili di Salvini.
Informazione. E informazione dovuta, per carità, e grazie di farla.
Tuttavia, negli anni, l’informazione su Berlusconi e altri ha solleticato la via giudiziaria alla soluzione politica.
Non ha funzionato. Come non ha funzionato la spiegazione di una presunta superiorità culturale ed etica della sinistra rispetto al resto del Paese che sono partiti di italiani e italiani liberi dai partiti esattamente come noi anche se noi abbiamo una idea diversa dell’Italia (interessante tra gli altri il libro di Daverio sugli italiani ndr)
Ricordo sempre Scalfari, bello da leggere e da ascoltare e però sempre con un suo tarlo che, più o meno implicito, ci pone sempre davanti: quello dell’amarezza per una Italia che invece di affidarsi a Parri (un padre della patria di tutto rispetto) ha invece votato i corpaccioni della Dc e del Pci.
Essendo refrattaria la Dc (e con tanti lati oscuri che come sai ho combattuto con tanti altri in prima persona) la Repubblica si è dedicata, dopo Berlinguer a influenzare il Pci e i suoi dirigenti aspirando ad essere la sua “direzione strategica”…
La Storia Pds, Ds, e poi nel Pd ha portato gruppi dirigenti sempre meno formati alla politica e senza più Frattocchie (o Camilluccia se vuoi) a trarre ispirazione, ma purtroppo anche l’unica loro formazione, dal consenso registrato su Repubblica. Fino a, di fatto, concordare una presidenza Rai, Galimberti, e poi due consiglieri, quelli del Pd di Bersani, di grande prestigio, con Colombo e Tobagi ma onestamente politicamente poco incidenti nel governo di un grande luogo di senso comune della nostra società civile e politica quale la Rai.
E che dire del cedimento al “colore”, una volta dominio di Tornabuoni e Pansa e quasi collaterale, ora divenuto il luogo principe della politica : il cane di Buttiglione, le autoreggenti della Brambilla, i risotti di D’Alema, le sciate di Prodi, non nate a Repubblicama utilizzate per altre scorciatoie di colore rispetto al lavoro politico serio che molti parlamentari di qualunque ideologia hanno continuato a fare per il Paese (mentre altri distruggevano l’immagine della politica sia chiaro… non giustifico assolutamente, anzi).
Nel tempo ogni leader Pd ha ritenuto di guardarsi nello specchio de la Repubblica e con esso misurare i parametri delle proprie scelte depauperando (colpa loro certo ) il partito di uffici e dipartimenti di studio, sostituendo conferenze stampa a tre giorni di riflessioni, immaginando che le battaglie per i diritti civili fossero senza costi, senza riflessione, senza substrato culturale.
Voglio dirti che questo esalta e non diminuisce il ruolo del tuo-mio giornale ma nello stesso tempo misura anche una delle perdite culturali e metodologiche del partito che ho contribuito a fondare per allargare l’Ulivo e parlare al Paese e pure agli avversari.
A seguire l’obbligo di parlare solo di temi semplici e non difficili da perseguire: la pace no perché non è nelle nostre mani (ma sta nella Costituzione), le carceri no perché la rieducazione non fa notizia (ma sta nella Costituzione), il disagio sociale no, perché tanto se lo ascrive la destra (ma poi vinciamo ai Parioli o in centro a Milano e a Lorenteggio o Torbella Monaca non sanno più cos’è la politica e c’è il degrado delle relazioni sociali in cui s’incunea la destra lepenista di Casapound e di Salvini).
La Repubblica ha forgiato e poi abbandonato leader e leaderini come la sinistra in genere: damnatio memoriae per Blair, Zapatero o Tsipras, spazio ai convegni da un giorno di meteore che non cito perché il mio pensiero è ragionare, anche con loro, non espellerli. Vengo da una storia politica in cui chi mi è vicino èalleato, non il primo avversario.
Insomma caro Mario, è chiaro che un giornale è un giornale e non deve fare il partito politico e un partito politico dovrebbe avere una spina dorsale.
Ma quando le classi dirigenti si confondono e la lotta per essere direzione strategica confonde gli spazi che peraltro coincidono col “lettorato” del giornale c’è bisogno di un passo indietro rispettoso e fatto anche di gentilezza umana per ripartire.
Il tuo editoriale è giusto e lo apprezzo come lettore del “mio” giornale e non necessariamente deve essere una linea di partito (o almeno per esserlo deve avere la maggioranza nel partito non sui social o sulla stampa).
Un partito deve avere una sua linea e ne deve essere convinto al termine di un percorso democratico fatto di analisi vere e non interviste ai giornali o di ritagli stampa.
Io continuerò ad amare e leggere criticamente il mio giornale.
E proverò a smuovere criticamente il mio partito.
Sperando che entrambi tornino a parlare a tutta il Paese e non solamente alla mia generazione o al mio ceto sociale.
Un abbraccio affettuoso dal tuo lettore
Roberto Di Giovan Paolo
https://ytali.com/2018/02/26/gerry-adams-il-prezzo-della-pace/


Gerry Adams e il prezzo della pace

Il leader storico del Sinn Féin lascia. Lui e la sua generazione hanno raccolto un Paese in fiamme, guidandolo, nel sangue, nella violenza, nei tentativi di cambiare, nel processo di pace, fino a una dimensione diversa e moderna, quantomeno identica al resto dell’Europa.
scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO 


Il passo d’addio di Gerry Adams è il lascito di una generazione nata nella guerra dei “Troubles” e che lascia nella pace – si spera duratura – l’Irlanda del Nord.
Appassionato, a volte troppo taciturno (forse anche per se stesso), ai limiti di un’ambiguità che non potrà mai sciogliere (ma noi possiamo comprendere).
Potrebbe avere passato il fine settimana nella brughiera a passeggio con il suo cane e sarebbe davvero una gran notizia.
Non che sia difficile vedere passanti nella pioggerellina e nei campi verdi d’Irlanda con un bel cane saltellante a fianco… no, ma vedere Gerry Adams con fare da pensionato, una notizia lo è certamente.

“Un’altra giornata di cielo azzurro brillante. Una mattina fatta apposta per scavare, piantare, andare a cavallo”. Un tweet di @GerryAdamsSF
Perché questo è stato il primo fine settimana libero – anche da interviste da “ex”- da 34 anni a questa parte (e circa cinquanta dall’inizio della sua militanza), da che il leader riconosciuto del Sinn Féin ha fatto “il passo indietro” e ha lasciato la leadership del partito-movimento con cui è passato dai giorni della “Bloody Sunday” al governo misto di oggi giorno Unionisti-Repubblicani di Stormont Castle.
In questi 34 anni Gerry Adams è stato radiografato e vivisezionato, soprattutto per capire quale ruolo reale avesse svolto nell’Ira ai tempi delle bombe nei pub e degli assalti tra l’ Ira e bande paramilitari unioniste. In alcuni casi uscendone indenne in maniera chiara, in altri lasciando una scia spiacevole di “area grigia”, di cui peraltro non si è mai curato molto. Ha sempre detto di non essersi mai occupato di questo o quell’attentato e tantomeno di ferimenti o uccisioni. Ma questo non può voler dire molto per un uomo che è presente in tutte le immagini degli anni Ottanta e Novanta fino all’accordo e al cessate-il-fuoco del Good Friday, nel 1998, accanto a Martin McGuinness in tutti i funerali repubblicani di Derry e Belfast sullo sfondo di militanti Ira con la “cagoule” e la divisa da combattimento verde.
Martin McGuinness, lui sì, disse esplicitamente che era stato un comandante dell’ Ira, e peraltro di lui c’erano anche foto in quella stessa divisa verde degli altri suoi compagni, e lo confessò mentre allo stesso tempo diceva con Gerry Adams che la lotta militare doveva lasciar spazio alla politica; e firmò l’Accordo di Stormont con Blair e fu vice addirittura dell’ “acerrimo nemico”, il reverendo Ian Paisley, prima di assumere l’ incarico di premier del Nord Irlanda e condurre, al suo funerale lo scorso marzo 2017, non solo quattro Taoiseach (primi ministri) dell’Eire e il presidente della repubblica Michael Higgins ma anche l’ex presidente degli Usa, Bill Clinton, che fu artefice di quell’accordo assieme a Blair.
Gerry Adams invece non ha foto in divisa dell’Ira, ma è presente nelle foto di tutti i funerali di leader e militanti semplici dell’Ira, assieme a McGuinness; comincia a intervenire pubblicamente dopo il bagno di sangue del corteo pacifista e per i diritti civili (quattordici solo i morti, colpiti dal 1mo reggimento parà britannico),raccontato dagli U2 in “Sunday Bloody Sunday” (e prima da John Lennon e perfino Paul McCartney…) e prosegue a intervenire sempre più in pubblico, prima limitandosi a parlare di West Belfast (dove sarà eletto, anni dopo, al parlamento britannico, … e non andrà, ovviamente, come tutti i repubblicani irlandesi dello Sinn Féin per evitare il giuramento alla Regina), poi di tutta la lotta nelle sei contee ed infine si segnala quasi come il portavoce dei detenuti ai tempi del tragico sciopero della fame iniziato da Bobby Sands contro la Thatcher.

“Che giornata per piantare piantine di alberi!”.Un tweet di @GerryAdamsSF
In breve tempo egli è, ufficialmente, “il portavoce dello Sinn Féin” e inevitabilmente deputato a parlare in qualche modo con il comando dell’Ira, cosa che non dovrebbe riuscirgli difficile visto che anni dopo scopriremo, direi senza stupircene, naturalmente, che egli era divenuto “Chief” del consiglio politico, a cui si riferiscono tutte le cellule, tutte debitamente compartimentate, politiche o militari, dell’Ira.
Oggi noi diamo tutto questo per scontato (e peraltro senza alcuna dichiarazione puntuale in merito dell’ interessato) ma nella contemporaneità esistevano molte sottili e talvolta invece, spesse ed invalicabili, differenze, tra capi politici e militari dell’ Ira, e tra militanti Ira di città e campagne.

Un selfie di Gerry Adams con i suoi amici a quattro zampe
E tra l’Ira e una forza politica come il Sinn Féin, in cerca di identità; dichiaratamente, al tempo, di prospettiva socialista, ma impegnata in una lotta nazionale ed a tratti nazionalistica.
L’Ira era amata da irredentisti nazionalisti e da fautori della guerriglia socialista; aveva un background culturale e storico (“tutta” la simpatica Irlanda con scrittori e folclore annessi, per l’appunto) che pochi nel mondo possedevano; ragioni da vendere e una disciplina che mancava a molte gruppi armati nel mondo degli anni Settanta e Ottanta, e soprattutto un territorio con un popolo schierato.
Aggiungeteci i soldi dei milioni di irlandesi o discendenti irlandesi nel mondo, che saranno due o tre volte quelli che vivono lì… e soprattutto negli Usa.
Bene, tutto questo tuttavia non faceva uscire dai “Troubles”. 3500 esseri umani furono uccisi tra il 1969 e il 1998, donne, bambini, innocenti non schierati, che prendevano una birra al pub, tanto quanto – per dirne una di tante – il padre di Conlon che muore in carcere, rappresentato nel film “In the name of the Father” perché imprigionato ingiustamente per la strage nel pub a Guilford (imprigionato ingiustamente il figlio – scagionato dopo quindici anni dalla giustizia inglese stessa – e ancor più ingiustamente il padre, che era a casa sua a Londra solo per caso). E feriti, invalidi, orfani, vedove, e città sconvolte, divise, inabitabili.
Serviva una assunzione di responsabilità politica che, va detto, iniziò con Blair (non può aver fatto tutto male no? Forse un po’ di storiografia in più e meno, solo ideologica, damnatio memoriae servirebbe di più… ndr) e una trattativa per riaprire un dialogo sul Nord Irlanda e riproporre, nell’ambito della riforma dei poteri locali britannici un inizio di cammino, ovvero la riapertura all’autogoverno locale di Stormont Castle.
Arrivò Clinton a dare man forte.
Ma è evidente che nel 1998 solo un forte leader politico avrebbe potuto imporre all’Ira il cessate il fuoco. E solo un comando politico riconosciuto nell’Ira avrebbe potuto garantire allo Sinn Féin il mantenimento della tregua, la repressione dei “colpi di testa” (the “real Ira”… i singoli che usando liberamente la violenza poi imparano ad amarla…). Quale fosse il ruolo di Gerry Adams poco importa ora.
O forse lo sappiamo o l’abbiamo capito. È evidente che – con l’aiuto di McGuinness – lui riuscì a imporre la sua linea politica, un fatto che noi registriamo come logico, oggi, ma allora era una scommessa che poteva costargli non solo la popolarità o la leadership… da Michael Collins in poi in Irlanda si può essere eroi e traditori in pochi giorni…
Ora è inutile ripercorrere gli anni dal “Good Friday” a oggi, conosciamo le difficoltà ma anche la sorpresa di un Nord Irlanda economicamente in ripresa con governo “rudemente concorde” e con la prospettiva, diciamolo, che solo la diversa natalità regolerà i conti in un futuro referendum sull’unità dell’isola, quando i protestanti unionisti (qualche anno fa un figlio di media contro cinque dei cattolici…) saranno divenuti minoranza (anche se la contraccezione liberalizzata anche in campo cattolico ormai, potrebbe allungare i tempi…).
Va detto che la generazione di McGuinness e di Gerry Adams ha raccolto un Paese in fiamme e l’ha guidato, nel sangue, nella violenza, nei tentativi di cambiare, nel processo di pace, fino ad una dimensione diversa e moderna, quantomeno identica al resto dell’Europa.

Mary Lou McDonald di fronte al busto di del patriota Terence MacSwiney
Non è solo Adams che, come aveva promesso da anni, mantiene la promessa del ricambio e lascia. È una generazione che passa il testimone a dirigenti politici che non sono passati attraverso i “Troubles” direttamente; che sono divenuti dirigenti, dopo il cessate il fuoco dell’Ira e non hanno mai militato in una organizzazione paramilitare: Mary Lou McDonald è la nuova leader, nata a Dublino ed eletta al Sud. Ed era già al fianco di Adams al funerale di McGuinnes a marzo, insieme alla vicepresidente, anch’essa donna, Michelle O’Neill, leader invece in Nord Irlanda.
E Gerry Adams, nell’ultima intervista di domenica scorsa, con un pizzico di vanità ha ricordato questa crescita a Nord come al Sud; in generale, non parlando di sé, ma ben sapendo che lui è eletto deputato alla House of Commons a Londra ma anche al parlamento irlandese di Dublino contemporaneamente, una cosa occorsa raramente… forse solo a Éamon de Valera, padre fondatore con Collins dello stato irlandese e presidente per oltre un decennio da fine anni Cinquanta ai primi anni Settanta.
Non è decisamente un modo per dire che Gerry andrà d’ora in poi a funghi e a spasso col cane e si ritiene in pensione!
Nonostante abbia fatto ciò che aveva promesso: contribuire a fermare i “Troubles”, andare verso un processo di pace, portare lo Sinn Féin al governo (nel nord Irlanda ma potrebbe andare in coalizione presto anche in Eire); continuare la lotta con mezzi pacifici.
Per avere questi risultati Gerry Adams ha deciso di portare sempre con sé il prezzo della necessaria e necessitata ambiguità della sua figura. E non ci dirà nulla di più, non vuole e non può.
Con coerenza, senza dubbio.